Il Crinale... Il Crinale...
VisitatoriSi fa affollato il crinale! Best view
I.E. 1024x768
 
museo03
 PERCORSO: Home/Cima/Legends/Il nuovo museo.../Racconto II

di Lorenzo Borghi

II - LE VISIONI

 

Mancavano soltanto un paio d'esami e finalmente Antonio avrebbe finito l'università. Il suo impegno era sempre stato discreto, anche se non eccezionale, ma decise che la sua tesi doveva essere il massimo, qualcosa di totalmente diverso da ogni altra presentata nella sua facoltà di storia ed umanistica.

Dopo vari progetti, concordò con un suo docente lo studio sull'antico regno di Villa Majolica: nel paese vivevano ancora persone che conobbero il regno, ed era ancora possibile trovare documenti e testimonianze. Nessuno aveva mai scritto di quel luogo e le fonti cui attingere erano molte. Ma non era ancora soddisfatto: voleva una leggenda, un fatto, una storia che potesse rendere la sua relazione speciale, memorabile.

Perciò, dopo mesi di lavoro si decise a parlare con le persone di Villa Majolica, lasciando perdere i documenti ufficiali. Si diresse verso il bar del piccolo paese, pensando che avrebbe sicuramente trovato qualche vecchietto disposto, magari con l'aiuto di un paio di bicchieri, a raccontare qualche bella storia del regno. Si presentò ad un gruppo di anziani e descrisse le sue intenzioni. "Se vuoi strane storie devi chiedere a Giuseppe. Quel vecchino seduto giù in fondo…". Stava, infatti, in un angolo buio del bar un vecchietto minuscolo e curvo, intento alla lettura di un giornale sportivo: "…beve sempre volentieri un bicchiere di toscano!" lo consigliarono. Così si sedette vicino a lui, ordinandogli ciò che più gradiva.

"Signor Giuseppe?" esordì. Il viso del vecchio s'alzò, scrutando il giovane interlocutore.

"Si, chi lo vuole sapere?" rispose, non si capiva se fosse infastidito o falsamente scontroso.

"Mi chiamo Antonio, sono uno studente…" appena si mise a parlare di leggende, gli occhi grigi dell'anziano signore s'illuminarono. Parlarono a lungo di narrazioni che Antonio aveva già sentito, ma quando pensava che ormai non avrebbe ascoltato niente di nuovo, Giuseppe lo stupì.

"C'è una storia che ormai sono l'unico a conoscere, e in cui nessuno ha mai creduto. Non la racconterò qui dentro, ora dovrai seguirmi."

Così detto, s'alzò prima che Antonio potesse rispondere e s'incamminò su di un sentiero. Aveva almeno ottant'anni quell'uomo, ma sembrava arrampicarsi sul camminamento come uno stambecco sui dirupi delle montagne.

Dopo circa mezz'ora di cammino, giunsero in un luogo dove il bosco si apriva e lasciava spazio ad una visione stupenda e spaventosa: una piccola valle a forma di ferro di cavallo con al centro una specie di scoglio, un torrione naturale enorme ed imponente. Sulla sommità una spianata infinita, a detta di Giuseppe.

"Vedi quei ruderi lassù?" si potevano distinguere, infatti, dei resti di abitazioni: "Quella è Roccasasso". Giuseppe continuò il suo cammino verso una strada che aggirava l'ostacolo. "Inizierò qui a parlarti, lo farò in prima persona: ti sembrerà più reale, e a me verrà molto meglio…"

 

Era finita… dopo l'ultimo sanguinoso scontro, le parti concordarono un'intesa di pace.

Io ero rimasto lì, più morto che vivo, stanco, dolorante. L'acre odore del sangue versato stava nell'aria, coprendo il buon odore della terra: neppure il mio naso schiacciato al suolo riusciva a sentire l'odore dell'erba, lo strato di terrore poteva coprire anche i pensieri. Tra l'incredibile distesa di corpi inerti, il mio era finito sotto quello di un tamburino, colpito come me dalla pioggia di frecce scagliate dal nemico, moribondo: "…voglio tornare a casa…" ripeteva incessante, con un filo di voce.

Stavo per morire, ne ero sicuro, non c'era parte del mio corpo dove non sentissi dolore… il tamburino tacque.

"Selmo!" urlarono da qualche parte. "Selmo da Roccasasso!"

'Sono io Selmo da Roccasasso…' pensai. Con la forza della disperazione, riuscii a spostare il tamburino ed alzare un braccio. Mi avevano trovato! Ero salvo, ora dovevo sopportare solamente il tremendo viaggio sulla barella di lamiera, prova terrificante per ogni corpo ferito. Sopravvissi anche a quello, ma svenni, sfinito.

Erano passati due giorni quando mi svegliai: i dolori erano passati, permaneva solamente un leggero male al petto, ma una nuova forza fisica mi inebriava e non c'era più nessuna paura, non più ora.

"Ben sveglio, vecchio Selmo, hai passeggiato al fianco della morte! Ma te la sei cavata: l'erba cattiva non muore mai!" era Pablo, l'amico che mi aveva cercato e trovato.

"Fortunatamente," risposi, "dove siamo?"

"Su di un carro, tra poco arriveremo a Villa Majolica: è finita, la guerra è finita! Ti ho cercato dopo l'ultima battaglia e tu hai risposto proprio mentre stavamo per rinunciare a trovarti vivo."

"Tu stai bene?" chiesi, prima di rendermi conto che gli mancava un braccio. "Ehm… scusa, ritiro tutto…" rise, non so se con spirito o per un attacco isterico.

"Non ti preoccupare… ascoltami bene ora: pare che al tuo paese ci sia stata una rappresaglia, ma nessuno ha saputo dirmi di più…"

"Speriamo bene…" dissi pensieroso. Io lo sapevo già… ma come facevo a saperlo?

"Spero che sia un buon ritorno a casa, Selmo."

"Anche il tuo, grazie di tutto!"

In quel momento il carro s'era fermato, una grande confusione ci avvertì che eravamo arrivati a casa!

Smontammo e subito fummo accerchiati dalla gente di Villa Majolica. Per lo più erano donne in cerca dei propri mariti, fidanzati, padri, amici, dopo otto anni di inutile distanza… ma non tutte sarebbero state soddisfatte. Mi trovai dentro un marasma di eccitazione e fretta, visi sconosciuti mi scrutavano nella speranza di potermi riconoscere. Vidi Pablo abbracciato ad una ragazza bruna, il suo viso in lacrime e la sua bocca tirata in un sorriso felice, incurante del fatto che a lui mancasse un braccio. Una voce femminile chiamava un certo Cyril, che ancora non rispondeva. Qualcuno mi afferrò violentemente da dietro, girandomi. Era una ragazza bionda che mi fissava: non conoscendomi si chinò piangendo e pronunciando frasi incomprensibili. Intanto Cyril era saltato fuori con le stampelle, e la madre che l'aveva chiamato fino ad ora gli si buttò contro, facendolo cadere. Lentamente, vicino alla delusa giovane che ancora urlava e piangeva inginocchiata al mio fianco, si unirono altre donne donando e cercando consolazione a vicenda. Pablo mi chiamò.

"Questa è la mia sposa… Ho chiesto a mia madre, ma neppure loro sanno nulla di Roccasasso, nessuno è più salito lassù dal giorno della rappresaglia…"

Il lamento della giovane divenne straziante quando riconobbe (nessuno capì come) il corpo del tenente Alestat: dentro la cassa non rimaneva altro che il busto e la testa (staccata), il resto…

"…probabilmente mangiato da qualche volpe, ah ah!"

"Taci Alpen, non vedi che c'è sua moglie!"

"Cosa te ne frega, Selmo! Lui è morto, io no!" improvvisamente l'urlo della donna si spense, svenuta sotto una tale carica di dolore. "Ho capito, toccherà a me dare una svegliata alla mogliettina del tenente!"

"Taci idiota! E abbi un po' di rispetto!" dissi. Alpen, in fondo, non era cattivo… era decisamente stronzo!

"E tu, bastardo di un Selmo, come hai fatto a salvarti?"

"Tutta fortuna Alpen…" che male al petto, però…

"Chiamalo culo!" disse ridendo. "Vieni a dormire da me? E' tardi, ormai, e la strada è lunga." mi propose.

"No grazie, saresti capace di derubarmi nella notte!" risposi. "Addio Alpen."

"Crepa!"

Mi misi in viaggio verso casa. Era ancora giorno, ma la frescura della sera si stava già insinuando dentro la mia armatura, così pesante, ad ogni passo avevo la compagnia del fodero della spada che picchiava contro i gambaletti di ferro.

Ed intanto pensavo. Erano passati otto anni (che male al petto) e non avevo più rivisto nessuno del mio paese… oltretutto ero l'unico di Roccasasso ad essere partito. Arrivato al punto dove il bosco si riapre, vidi le case del mio paese e mi tranquillizzai un po', vedendole ancora integre: 'Come troverò mia moglie? Ed i miei figli… mio Dio, avevano solo due e quattro anni quando partii… mio Dio…'

Ero convinto che non avrei trovato nessuno ad aspettarmi, ed infatti il paese era quasi deserto.

"Selmo!" era lei, era la sua voce. Mi girai ed apparve Nora… i suoi capelli… sono corti, ora, il suo sorriso…

"Nora…" rimanemmo a fissarci per qualche secondo, poi ci scagliammo l'uno contro l'altra abbracciandoci.

…come fu debole l'abbraccio, in quell'incontro…

"Nora, non sai quanto ti ho pensata, non sai quanto mi sei mancata!"

"Anche tu, Selmo…" non sorrideva, non piangeva, sembrava non provare alcuna emozione. Lentamente, tutti i paesani si strinsero attorno a me, riconobbi i miei figli solo perché si erano sistemati dietro a Nora. Tutti avevano un'espressione indifferente. Che male al petto…

"Cosa succede Nora. Tu mi abbracci come se non avessi più forza nelle braccia, i miei figli neppure mi salutano e tutti hanno un'espressione spenta… spettrale, direi!"

"E' tutto normale," disse. Sembrava stanca e rassegnata: "tutto normale: noi siamo morti…"

"Dai, non dire stupidaggini! Che scherzo è questo? Come potete essere morti se vi posso toccare!" diedi una pacca sulla spalla di un mio vecchio amico. Esso cadde senza mutare la sua espressione, sembrava una statua di gesso. Mi accorsi che tutti erano diventati statue… solo Nora poteva ancora muoversi.

"Ogni sera ci riunivamo in casa nostra, pregavamo per te, per vederti tornare sano e salvo. Una sera, però, avvenne un fatto incredibile: sul soffitto si materializzò una visione, un armigero ti sorprendeva e ti infilzava… eravamo sconvolti, pregammo con ancora più forza, promettendo di donare il nostro cuore per salvarti. Subito dopo, un forte dolore al petto ci segnalò che la nostra richiesta era stata esaudita. Inesorabilmente tutti smettemmo di respirare, senza morire, aspettando il tuo ritorno: se ora tu sei vivo è perché noi siamo morti… Quando poi arrivarono i nemici per rappresaglia, trovarono solamente un paese abbandonato e distrussero ogni casa…"

Mi inginocchiai, incredulo e disperato. Abbracciai le gambe di Nora ed appoggiai la testa sulla sua pancia.

"Ho paura che abbiate donato il vostro cuore per nulla, amici…" presi le mani di Nora e le baciai. "Una notte, mentre ero di guardia, ebbi anch'io una visione: cavalli e cavalieri entrare a Roccasasso per uccidere tutti. Così pregai e donai il mio cuore, sperando di potervi rivedere sani e salvi… un forte dolore al petto non fu sufficiente a farmi capire che la mia inutile richiesta era stata accettata… dunque anch'io sono morto!"

Lei mi abbracciò, e questa volta riuscì a stringermi.

"Forse è meglio così, forse ora, una volta per tutte, saremo di nuovo uniti…"

Due visioni, due gesti di estremo amore, stavolta fecero ciò che neppure la guerra era riuscita a fare.

 

"…lentamente, Nora, Selmo e tutto il paese scomparvero sotto gli occhi di un giovane pastorello, sconvolto per quella che credette per sempre una semplice visione… Allora, giovane amico, ti è piaciuta questa storia?"

"Si, anche se mi sembra proprio incredibile…"

"E' vero, è incredibile, anche quel povero pastore lo pensava, ma sono certo che non ha ancora dimenticato ciò che ha visto."

"Non mi starà dicendo che fu lei a vedere la visione!"

"Ma non diciamo baggianate!" dalla cima del colle c'era uno spettacolo stupendo. "Ti pare che io possa essere un pastore?"

"Beh… non saprei…" ma il vecchio si stava incamminando dentro i ruderi di Roccasasso.

"Ricordati che devi seguire il sentiero." mi disse, mentre il suo corpo, piano piano, svaniva sotto le luci della sera.

 

INDICE - INTRODUZIONE - I - II - III - IV - V - VI - VII - VIII - IX - X - XI - XII - XIII

© CrinaleOnLine 2004 Webmaster: Andrea  - Vice redattore: Dave - Nato da un'idea di Andrea e Davide
ispirati dalla vita e dalle opere del grande Tony Giger - Semplicemente dedicato al Crinale.
Contatore visite fornito da www.digits.com